Un’antica leggenda lombarda, un lago dimenticato e un drago che vive ancora nei simboli di oggi

Tra i racconti più affascinanti della tradizione lombarda si cela la leggenda del Lago Gerundo e del suo mostruoso abitante: Tarantasio. Questo immenso bacino lacustre, formatosi durante il Pleistocene, occupava un’area compresa tra la Bergamasca, il Lodigiano e il Cremasco, arrivando a lambire Milano. Un territorio paludoso e inospitale, alimentato dai fiumi Adda e Serio, che nei secoli ha ispirato miti e leggende.


Si narra che a Taranta, oggi piccola frazione di Cassano d’Adda, nacque Tarantasio, un drago serpentino con zampe, ali e un fiato pestilenziale capace di avvelenare l’aria e terrorizzare interi villaggi. La sua furia si placò solo grazie al coraggio di Uberto Visconti, che, secondo la leggenda, lo uccise vicino a Bergamo. Per celebrare l’impresa, i Visconti adottarono l’effigie del drago che ingoia un bambino come stemma araldico, simbolo ancora oggi visibile su monumenti e antichi edifici milanesi.


Nonostante il Lago Gerundo scomparve tra il XII e il XIII secolo per effetto delle opere di bonifica, la memoria del drago sopravvisse nei racconti popolari e nelle tracce materiali: alcune enormi costole, un tempo ritenute appartenere a Tarantasio, sono tuttora conservate in chiese come San Bassiano a Pizzighettone e il Santuario di Sombreno.


Quello che pochi sanno è che persino il logo dell’Eni — il celebre cane a sei zampe sputafuoco, ideato da Luigi Broggini nel 1952 — si ispira a questa leggenda. La scoperta di giacimenti di metano nel 1944 a Caviaga, proprio nell’antica area del Gerundo, con il loro odore mefitico e sulfureo, parve evocare ancora una volta l’alito velenoso del drago, saldando così mito e modernità.


Il Lago Gerundo e la storia di Tarantasio restano simboli della lotta dell’uomo lombardo contro la natura indomita e testimonianze di un’identità culturale radicata e ancora viva, tra storia, leggenda e suggestioni che si riflettono nell’araldica, nei loghi industriali e nel folklore locale.


Una menzione speciale va a Fabio Conti, autore del volume “Tarantasio, il lago del Gerundo”, che con passione e rigore ha ricostruito questa affascinante vicenda. Dal giugno 2005 redattore di Cronaca per L’Eco di Bergamo, Conti si occupa quotidianamente di fatti di nera — una passione oltre che un lavoro — ma scrive anche di tutto ciò che lo incuriosisce: dalle tradizioni ai personaggi di ieri e di oggi del territorio bergamasco, con una predilezione per la «sua» nebbiosa Bassa. La sua opera rappresenta un prezioso contributo per mantenere vivo il legame tra il territorio e le sue leggende.